II Ordinario

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In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.

Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.

Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Commento

Venuto a mancare il vino. Quante volte facciamo questa esperienza, nelle nostre vite.

Partiamo, entusiasti, convinti, determinati poi, cammin facendo, viene a mancare il vino.

Una sofferenza, un fallimento, un’esperienza negativa. E ci rendiamo conto che manca qualcosa di importante. Il vino, simbolo della gioia, della festa, della gratuità.

Ve la immaginate una festa di nozze senza vino? No. Esatto. Manca il vino, manca la voglia di vivere, di andare avanti, di fare festa. Allora tutto diventa grigio, faticoso, rancoroso. E cresce la rabbia, l’aggressività, la depressione.

Abbiamo concluso il tempo di Natale e fatto memoria del nostro Battesimo. E, subito, con duro realismo, la Liturgia ci consegna il vangelo di Giovanni, il miracolo numero uno come scrive l’evangelista, quello che sta alla base di ogni altra esperienza di fede.

Maria si accorge dell’assenza.

Maria, figlia di Israele, in questo strano matrimonio in cui mancano gli sposi e protagonisti sono i camerieri e lo sconosciuto Gesù, si rivolge a noi. Sono le uniche parole rivolte ai discepoli.

Ha parlato con gli angeli. E con Elisabetta. E con suo figlio, custode del mistero.

Ora parla a me. Fate quello che vi dirà.

Non: aspettate. Non: pregate. Non: pazientate. Non: rassegnatevi.

Fate.

La gioia di costruisce, mica si attende. Si plasma. Dobbiamo riempire le giare fino all’orlo. Con l’acqua, non abbiamo altro.

In pietra e sei, una in meno del numero della perfezione che è sette. Simbolo di una fede stanca, impietrita, trascinata. Come spesso è la nostra.

Eppure proprio questa fede va riempita. Non snobbata. Non abbandonata.

Ma vissuta con tutto ciò che siamo.

P. Curtaz

2020-05-26 15:50:35
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